BORGO MEDUNA

foglio di quartiere

SpiazzaBorgo e’ una riflessione sviluppata nel quartiere, con il quartiere; una sperimentazione collettiva attivata tra diverse generazioni.

SpiazzaBorgo e’ un percorso, caratterizzato da incontri e confronti, il cui punto di partenza è il progetto Genius Loci: un’azione progettuale comune tra istituzioni (Ass6, Provincia, Comune e Cooperazione Sociale) e realtà
associative locali, il cui scopo è quello di concretizzare un’idea di comunità partecipe e attiva nell’incontro tra generazioni.

SpiazzaBorgo è uno spazio, fatto di carta e ora anche sotto forma di blog in internet, arricchito da pensieri prima condivisi poi scritti, che aspira ad essere di tutti attraverso l’interazione occasionale, il passaparola spontaneo e l’impegno di un intero quartiere.

Se volete partecipare scrivete ogni vostra impressione, anedotto, articolo, pensiero e impressione cliccando sotto i post alla voce "commento" o inviando liberamente i vostri scitti a : fogliodiquartiere@gmail.com

se volete scaricare liberamente una copia
del giornale in formato pdf cliccate questo link fogliodiquartiere.pdf n°2

NOVITà : DA OGGI ANCHE SU FACEBOOK A QUESTO LINK https://www.facebook.com/Borgomeduna


Buona lettura!
Visualizzazione post con etichetta Storie di Borgo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storie di Borgo. Mostra tutti i post

sabato 1 novembre 2014

"Testimoni di un'apocalisse" di Enzo Marcolin

Riceviamo dall'amico Benvenuto Sist testimonianza di questa interessante iniziativa inviata dai coniugi Biason.
Sergio & Gennaro

Salve a tutti,
Pensiamo di farvi cosa gradita informandovi che giovedì 6 novembre alle ore 20,45 (precise) in oratorio (sala grande al primo piano) ci sarà la presentazione del libro "Testimoni di un'apocalisse" di Enzo Marcolin.
Il libro si compone di testimonianze inedite sotto forma di interviste e diari di soldati al fronte, parroci e donne della nostra zona da Borgomeduna (Toni Val in primis) fino alla pedemontana.
L'autore, Enzo Marcolin, spiegherà le ragioni del libro nelle sue tre sezioni e ci saranno, nel frammezzo, delle letture di passi del libro stesso fatte da Luigina Moro.

Crediamo che l'argomento sia stimolante per conoscere dei fatti successi in luoghi di nostra comune conoscenza.
Certi di vedervi all'appuntamento salutiamo con cordialità.
Mirella e Giovanni Biason

sabato 4 maggio 2013

25 APRILE .....una storia


Dopo aver festeggiato in serenità S. Marco anche a Borgomeduna, nei campi del rugby Pordenone in via Mantegna,  vorrei qui ricordare  l’altra ricorrenza civile che cade nello stesso giorno  : la festa della Liberazione dalle dittature fascista e nazista avvenuta il 25 aprile del 1945. Una ricorrenza lontana nel tempo tanto da indurre qualcuno a pensare che forse la si potrebbe relegare  tra le cose vecchie  nella soffitta della storia.
A questi ricordo solo ciò che ha scritto primo Levi, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz : tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo.
Ho perciò pensato per questo 25 aprile 2013 di proporre sul nostro blog la  vicenda di un giovane di Borgomeduna,  una vicenda locale ma che può riassumere il destino di molti giovani italiani messi davanti ad una guerra che da militare era diventata “civile”. Gli effetti  giunsero  fin dentro le famiglie dove i singoli membri potevano trovarsi schierati su fronti opposti.
Anche chi scelse di non schierarsi ne subì ugualmente le conseguenze. Proprio  quando si pensa di poterla ignorare, la storia  ci viene a cercare e  sfidare  fin dentro le nostre case e le nostre coscienze.

Ultimo, classe 1922  era stato educato nella propaganda fascista come tutti i giovani della sua età.
A vent’anni, nell’agosto del 1942 fu spedito a combattere in Russia con gli alpini. Sopravvissuto alla ritirata e rientrato a casa dopo l’8 settembre del 1943, nel marzo 1944 risultava come autista alle dipendenze  delle  FF.AA  tedesche che governavano il “Littorale Adriatico”.  Il movimento partigiano anche nel nostro territorio si stava ormai diffondendo ma il 27 novembre del 1944  a Pordenone veniva arrestato e fucilato dai nazi-fascisti il Maggiore Franco Martelli  che ne era uno dei capi .  Nel terribile inverno tra il 1944 e il 45 nel quale le attività militari alleate quasi si  fermarono  e i partigiani rifugiati in montagna rimasero senza rifornimenti ,  Ultimo  si arruolò  nella Milizia Difesa Territoriale corrispondente della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR)  della RSI.  Nella primavera del 1945 le sorti della guerra si erano però capovolte e Ultimo decise di disertare dalla Milizia, forse  per riprendersi finalmente la sua parte di libertà, rifugiandosi  nei cunicoli scavati nel fienile della  grande casa dei mezzadri di Galvani  in Borgo Campagna. 
In quella casa altri avevano trovato rifugio e la famiglia che l’abitava  sapeva di correre grossi rischi come quella volta che una delle donne della famiglia, in cinta, si vide puntare la canna di un mitra  tedesco sulla pancia.
Sebbene sconsigliato anche  perché  i giorni della sconfitta nazi-fascista sembravano  ormai prossimi, Ultimo decise di abbandonare  il nascondiglio consegnandosi all’autorità militare : due suoi fratelli, sposati e con figli, erano stati minacciati di deportazione in Germania se lui non si fosse presentato. Venne arruolato nelle brigate nere e destinato a Brugnera. 
Purtroppo in ogni guerra tra  la fine dei giorni del conflitto  e l’inizio di quelli della pace si annidano  i giorni della vendetta  nei quali si consumano le ultime rappresaglie o si scatena la caccia al vinto. Ultimo venne catturato dai partigiani e la divisa che indossava divenne la sua condanna .
Fu fucilato pochi giorni prima del 25 aprile 1945. Va detto che sui fatti di Brugnera i partigiani dell’ANPI hanno sempre espresso la più profonda esecrazione .

Oggi il 25 aprile è una manifestazione pubblica, ufficiale,  a cui partecipano le autorità civili,
militari e i superstiti combattenti partigiani.  Ci sarebbe bisogno che vi partecipasse più popolo per continuare ad affermare  l’ orgogliosa consapevolezza che il 25 aprile 1945  è stata la riconquistata libertà per tutti gli italiani,  anche per quelli che l’avevano ferocemente negata o per quelli che come Ultimo,  non hanno voluto, saputo o potuto farlo.
Buona Liberazione a tutti gli italiani.

Benvenuto Sist
25 aprile 2013

lunedì 31 dicembre 2012

A BORGOMEDUNA SI RIACCENDE IL FALO’ DELL’EPIFANIA



A BORGOMEDUNA SI RIACCENDE IL FALO’ DELL’EPIFANIA
Ripresa di una tradizione in via Mantegna. (di Benvenuto Sist)

“La befana vien di notte con le scarpe tute rotte , col vestito da furlana, la befana è la mamma”.
Con questa filastrocca veniva svelata ai bambini della bassa pordenonese l’origine dei sobri e misurati regali che fino ad allora avevano trovato nella calza dell’Epifania : semplici leccornie come caramelle, mandorlato e “bagigi” (arachidi) oppure cose utili come un paio di guanti di lana.
Così, con rude ironia, i bambini della società agricola del secolo scorso venivano aiutati a
crescere .
La delusione che provavano, anche se dissimulata, era forte. In un colpo solo vedevano dissolversi un prodigio a cui avevano dato credito e percepivano chiaramente che con la scusa che erano ormai diventati “grandi”, quei modesti regali non sarebbero stati più garantiti.
Se epifania significa “ rivelazione” questa era sicuramente la prima del loro processo di crescita. Altre sarebbero seguite: da come nascevano i vitellini , a come si trasformava il corpo fino alla visita militare per i maschi ed al primo moroso per le ragazze .
Pan e Vin Brusadin (foto concessa da Benvenuto Sist)
Nelle borgate dei nostri paesi , la sera prima dell’Epifania, veniva bruciato il falò attorno al quale si radunavano tutte le famiglie del vicinato .
Il freddo nella buia e gelata campagna pungeva per davvero. Ci si difendeva con scarpe grosse , abiti pesanti , copricapo e sciarpa tanto da diventare fagotti irriconoscibili. Per identificare una persona si doveva guardarla negli occhi che era l’unica parte del corpo rimasta scoperta .
A quei tempi non era difficile. Oggi sarebbe impossibile per il semplice fatto che non siamo più abituati ad incrociare gli sguardi nemmeno tra vicini .
Prima di essere acceso il falò veniva benedetto da un anziano che allora personificava ancora esperienza e saggezza. L’acqua santa era quella prelevata,alla fine della funzione del pomeriggio, dal “mastello” di legno bianco posto al centro della chiesa.
Oltre all’acqua il sacerdote aveva benedetto anche le mele che, conservate tra le lenzuola pregiate del corredo, sarebbero state consumate in famiglia il giorno di San Biagio per tenere lontane le malattie della gola .
Quando finalmente i bambini appiccavano il fuoco con le torce fatte con le canne del mais, l’anziano intonava le litanie. La gente rispondeva in coro alle invocazioni ma nello stesso tempo teneva d’occhio la “vecia”. Fatta rivestendo di frasche due pali incrociati in cima al falò, doveva incenerirsi completamente per essere di buon auspicio. Con uguale attenzione osservava l’orientamento del fumo che nel cielo sereno, disegnando una scia luminosa, ragguagliava sulle tendenze dell’anno appena iniziato .
Quando il falò aveva finito di bruciare, lasciava un bellissimo e rovente braciere da sollecitare con lunghe pertiche per sollevare in aria sciami di faville luccicanti da accompagnare con filastrocche ben auguranti.
Nel falò, dunque, sacro e profano si incontravano, fede e tradizione si confondevano .
Si sa, da quando esiste l’uomo, le fiamme hanno una funzione purificatrice. Così sul falò si incenerivano tutte le magagne e le cattiverie dell’anno trascorso durante il quale il bene e il male si erano confrontati nell’eterna lotta per il possesso dell’umanità. Ne era un simbolo la stessa “vecia” che bruciando completamente in cima al falò metteva a nudo lo scheletro fatto a croce.
L’aspetto stesso della befana era a mezzo tra la buona vecchina e la strega : i piccoli sapevano infatti che se avessero obbedito ai genitori portava i dolci se invece facevano i capricci avrebbe portato il carbone . Per i bambini d’oggi invece , hanno inventato il carbone di zucchero.


Pan e Vin 1986 (foto concesse da Benvenuto Sist)

Da tempo i falò sono diventati “pubblici” nel senso che sono organizzati da associazioni varie che provano a mantenere viva la tradizione. Negli ultimi anni le leggi sanitarie e la pressione degli ecologisti, ne stanno mettendo in forse l’esistenza per problemi legati all’emissione nell’aria di polveri sottili. La conseguenza è che il falò , che giustamente non deve essere una occasione per bruciare abusivamente porcherie inquinanti, viene ridotto ad un fiacco “fuocherello” le cui braci devono essere spente velocemente .
Il depotenziamento della tradizione è evidente : niente fumo, niente braci da far svolazzare , niente auspici ne propositi per l’anno nuovo. Insomma una situazione di indeterminatezza che nel tempo è stata colmata dagli oroscopi di maghi , astrologi e indovini vari che hanno “strologato” nei media e sulle riviste .
In questo modo anche la befana, privata del suo contesto tradizionale, ha subito un processo di “laicizzazione” che l’ha portata ormai a distribuire dolcetti senza più chiedere ai bambini se sono stati buoni .

A Borgomeduna la tradizione del falò era stata conservata, fino a qualche anno fa, dalla Circoscrizione, abolita la quale, il falò ne ha seguito la sorte.
Invece in quest’anno 2013, grazie all’Associazione Rugby Pordenone e alla sezione Avis di Borgomeduna, in concorso con la Circoscrizione Sud e il progetto Genius Loci, il falò si riaccende la sera del 5 gennaio presso l’ accogliente Club House della società“Il nido della civetta” in via Mantegna in fondo ai campi sportivi. Per chi vuole prolungare la festa il “Deposito Giordani” ha preparato una serata gratuita di ballo aperta a tutti .
Gli anziani di Borgocampagna potrebbero dire che il falò “ritorna a casa”. Infatti il luogo è la vecchia campagna Galvani dove c’era la grande casa dei Boer nella cui cucina, finiti i riti del fuoco, si radunava il vicinato per ballare fino a ora tarda. Non c’erano ne giochi ne cotillon, ma pinza, vin brulé e tanta allegria.
Sono legami con la tradizione che è piacevole ricordare.
Come quel “Nido della Civetta” che evoca l’ animale notturno frequentatore come la befana di notti incantate, nelle quali come raccontano le fiabe, gioia e batticuore possono magicamente ingarbugliarsi.


Benvenuto Sist

venerdì 11 maggio 2012

CIBO E CULTURA: UN BINOMIO DI SUCCESSO NEL QUARTIERE DI BOROGMEDUNA

UNO STRANO CASO EDITORIALE:
"libro e formaggio vanno via come il pane"

E' proprio il caso di dirlo, avvolte la cultura va a braccetto con il cibo... in questi giorni, gli avventori della Latteria Borgomeduna di via Meduna, non hanno potuto non notare che in mezzo alle forme di formaggio artigianale sbucavano delle copie di un curioso libro.

Il libro in questione è "Borgomeduna Storia cronaca e ricordi della sua gente" la cui presentazione avverrà ufficialmente venerdì 11 maggio, alle 20:30, all'auditorium "A. Pandin" di Borgomeduna.

L'idea di promuovere la diffusione del libro nel quartiere in vari punti vendita tra cui la storica Latteria Borgomeduna, fondata nel 1957, la cui storia è trattata in un capitolo del libro in questione, è nata per caso a Loris Spina, un abitante del quartiere, il quale avendo collaborato alla stesura di alcune parti del libro, ha lanciato l'idea di promuoverlo alla latteria.

Ennio Pellegrin, che da più di vent'anni ha preso le redini della storica latteria, punto di riferimento per numerosi abitanti del quartiere, spiega:" La presenza del libro tra gli scaffali del formaggio ha da subito incuriosito i nostri clienti, tantè che nel giro di una settimana, le copie del libro sono andate letteralmente a ruba. Ne abbiamo vendute quasi una cinquantina."

Il libro, nato con l'intento di avvicinare le diverse generazioni mediante la storia del proprio quartiere, può essere inteso come una guida e racconto di viaggio del piccolo quartiere pordenonese di Borgomeduna, fatta di immagini, ricordi e persone visti attraverso gli ultimi anni del secolo appena passato.

Il libro non ha un prezzo di copertina, ma il ricavato delle offerte andrà a favore del parroco di San Giuseppe, per sostenere le numerose attività che Don Flavio svolge a favore dei ragazzi del quartiere.

A Borgomeduna, si è compiuto un piccolo miracolo, un piccolo caso editoriale locale, accolto con grande stupore e soddisfazione dai due autori del libro Adalberto Cornacchia e Benvenuto Sist, i quali affermano: " il fatto che il libro vada a ruba tra gli abitanti del quartiere, testimonia come ancora oggi Borgomeduna continui ad essere un luogo speciale per la sua gente, che trasuda della storia delle persone che lo hanno abitato e di un vissuto fatto di sacrifici e di speranze ."
DA SINISTRA: ENNIO PELLEGRIN (TITOLARE LATTERIA BORGOMEDUNA); BENVENUTO SIST (AUTORE DEL LIBRO SU BOROGMEDUNA); LORIS SPINA (CHE HA LANCIATO L'IDEA DELLA VENDITA DEL LIBRO @ LATTERIA); RAFFAELLA DE PELLEGRIN (CO TITOLARE DELLA LATTERIA BORGOMEDUNA).
 
 


Francesca Da Ros
Ufficio stampa Deposito Giordani
Via Prasecco, 13 33170 Pordenone
Tel/fax: xx39-0434-242480

http://www.depositogiordani.it/

martedì 26 luglio 2011

Piazzetta e biciclette

Le cronache dicono che negli anni venti, una bicicletta costava l’equivalente di quasi due anni di salario: per molto tempo dunque non poté essere a disposizione di molti. La sua diffusione fu necessariamente graduale in rapporto alle disponibilità economiche e alle necessità degli acquirenti.
Utile anche in momenti difficili come l’ultima guerra, consentì  a chi abitava in città di girare le campagne per acquistare cibo dai contadini o rincorrere più velocemente le voci del mercato nero. Anche la fruttivendola che aveva il suo negozio in piazzetta fin dai primi anni venti, ne aveva usata una “da omo” per approvvigionarsi  nei dintorni e non solo, tanto che da lei si potevano trovare anche i pregiati “fighi mori” di Caneva.
Archiviata la guerra si ricominciò a cantare con ritrovata vivacità “Ma dove vai bellezza in bicicletta, così di fretta pedalando con ardor? Le gambe snelle, tornite e belle, m'hanno già messo la passione dentro al cuor!”


Via Udine Borgomeduna

Era il 1951 anno del film di successo  “Bellezze in bicicletta”, che agitò i sonni di  molti parroci preoccupati della pubblica moralità.  Badando alla praticità e più sicure del loro agire che non dei sermoni domenicali, le donne del tempo continuarono tranquillamente ad inforcare la loro bicicletta “da femena” per raggiungere la piazzetta dove fare le compere: con una robusta sporta di paglia intrecciata appesa al manubrio “le andea in botega” dove barattavano le uova con i generi alimentari. 
D’altra parte anche i cappellani di San Marco ne usavano una uguale, impediti com’erano dalle lunga tonaca nera: andavano a dir Messa nella nuova cappella in fondo a via Meduna dove c’erano “le busate”. Quando portavano il “saturno”, un copricapo rotondo e rigido che sembrava un disco volante,  pedalavano  con la testa leggermente abbassata: non era per modestia, serviva solo a non farlo volar via.
La bicicletta era anche  un vero e proprio  mezzo di lavoro: la usava tutti i giorni il postino con la borsa di cuoio , gonfia di posta, agganciata  sul davanti . La pescivendola la usava per andare a vendere il “pes” conservato in cassette di legno e coperto di ghiaccio tritato.
Il panettiere caricava la cesta del pane su una speciale, senza “ruota libera” che lo costringeva  a girare continuamente le gambe anche per rallentare o frenare.
Pure la bicicletta dell’arrotino che abitava vicino alla piazzetta, era speciale : fissata sul  cavalletto permetteva al “guetta” ,  dritto in sella, di pedalare e affilare. Tra una pedalata e l’altra si dedicava   a raddrizzare  “le coste” agli  ombrelli. 
Così, per la legge del mercato , attorno alla piazzetta c’erano i negozi di chi le biciclette le  riparava e di chi le vendeva o noleggiava.
Negli anni  cinquanta arrivò il “boom economico” e con esso gli scooter come la “Vespa” e le auto  come la Fiat  “Seicento”.  Presso le ragazze l’indice di gradimento dei ragazzi in bicicletta scese  verticalmente, quasi come quello del baccalà: da tempo infatti le ragazze avevano incominciato a respingere i corteggiatori che “odoravano di bacalà”, cibo ormai confinato ai livelli bassi della  scala alimentare e  sociale.
Tramontavano così  i tempi del film  “Ladri di biciclette” e si affermavano definitivamente quelli di “Vacanze romane”  in   “Vespa”.

Benvenuto Sist

Ricordo di Giacomo Santarossa

Non si appartiene a un luogo solo perché vi si è nati, ma perché si è dato un contributo alla sua vita sociale, soprattutto se si proviene da altri paesi,  poco importa se del circondario o da molto più lontano.  E’ la vicenda di molti “borgomedunesi”  arrivati in questo quartiere ragazzini insieme ai propri genitori che cercavano di stare  più vicini alle occasioni di lavoro che Pordenone continuava ad offrire  grazie ai suoi cotonifici e alle sue officine. A Borgomeduna hanno trovato una nuova casa  ed hanno potuto costruire  la propria realtà di vita. Tra questi c’era, com’è difficile dire c’era, anche Giacomo Santarossa arrivato a Borgomeduna all’età di cinque anni da Sacile. Tra le masserizie caricate su un carro trainato da due cavalli, la sua famiglia aveva messo  anche una impastatrice che sarebbe servita  per riattivare il panificio Cum in via San Giuliano. Da quel lontano 1945, fino al 2011 anno in cui Giacomo ci ha lasciati, ha sempre vissuto in piazzetta diventandone non solo un attivo commerciante ma anche un testimone discreto e riservato degli avvenimenti. Gran parte di quello che si è scritto su Borgomeduna lo si deve ai suoi ricordi che spesso  è stato chiamato a raccontare ai bambini della  scuola elementare “De Amicis” in via Udine: racconti di vita quotidiana per tramandare la giudiziosa sobrietà di quei tempi, senza pontificare sui comportamenti delle singole persone.
Nel muro verso Udine della sua casa, la riconoscibile e adagiata casa “Pacchiega” , aveva fatto restaurate la scritta “Pordenone  Borgo Meduna” che indicava l’ingresso sud est alla città .

 Così nella sua attività di consigliere di circoscrizione ha sempre sostenuto l’utilità commerciale e sociale della piazzetta e di Borgomeduna, cercando di evitare soluzioni che la riducessero a isolata zona  di transito, dove non fosse più possibile sostare: per lui era stata e doveva rimanere quello che altri hanno poi inteso e chiamato , “un centro di gravità permanente”.

Benvenuto Sist

venerdì 1 luglio 2011

C'era un posto...... la piazzetta di Borgo Meduna

 
Spesso un posto non esiste semplicemente perché non siamo più capaci di vederlo, distratti dalle nostre preoccupazioni o corrotti dalle abitudini quotidiane. Eppure quell’imbuto d’asfalto che immette in via Meduna e Borgo Campagna c’è sebbene conteso dagli affezionati e ostinati avventori dei bar, dalle auto in transito e dai parcheggi che ne sequestrano porzioni significative.
Eppure qui la vita ha sempre vibrato: sulla strada che l’ha limitata
viaggiatori hanno potuto raggiungere la Germania, hanno transitato
baldanzosi eserciti invasori e sconfitti soldati in ritirata.
Dentro vicolo Mantegna nel marzo 1921 nacque la Cooperativa
Operaia di Consumo che, contrariamente ad altre esperienze analoghe, riuscì a superare indenne i momenti difficili del ventennio fascista.
Un gruppetto di spavalde camicie nere provenienti da Udine sostò in
piazzetta la domenica mattina dell’8 maggio 1921 per tenere un comizio, ma venne fischiato e messo in fuga: ne nacquero le barricate di Torre.
Negli anni trenta in un cortile vicino si allestiva il fantoccio della
“vecia Clementina” che, dopo essere stata portata in corteo per le vie di Pordenone, ritornava in piazzetta per essere processata dal balcone della casa “Pacega” e immancabilmente condannata al rogo. In quella stessa casa “sior” Ferruccio Pacchiega aveva la stalla dei cavalli e da lì usciva con il calesse per il giro delle sue proprietà o la cura dei suoi affari.
All’interno del Cral si tirava di box, mentre nella terrazza esterna si
ballava nelle tranquille sere d’estate sotto un cielo pieno zeppo di stelle.
Le donne del borgo si recavano in piazzetta a fare le compere anche di domenica mattina, dopo aver partecipato alla messa, per preparare il pranzo della festa; d’inverno si concedevano anche un riscaldante grappino al bar.
L’acqua della fontana cadeva continua nel lavatoio a tre vasche
comunicanti dove venivano lavati i panni propri con il sapone fatto in
casa e quelli degli altri con i pettegolezzi, mentre i ragazzini giocavano ai quattro cantoni sotto il piccolo portico di fronte a “cibè” sulla strada sterrata.
L’acqua era freschissima e una parte, sapientemente convogliata
all’interno della bottega dei Santarossa, serviva in estate a
conservare il burro ed il formaggio quando il frigo ancora non esisteva.
In piazzetta venne trasferita anche la latteria turnaria fino alla
costruzione della nuova sede più in là dentro via Meduna, poco prima del “curtivon”, dove si facevano volare gli aquiloni costruiti da “Cecchino”: al suo posto venne il panificio Nardo.
C’era il bar di Gigi Mucignat, luogo preciso e conosciuto di ritrovo
e appuntamento: dentro si giocava a carte, mentre fuori, d’estate,
i giovanotti giocavano a pallone “in notturna”. Invece Marta, “dotor
profesor Gino, pitor de Pordenon”, piantava il cavalletto in mezzo
alla piazzetta e tra una pennellata e l’altra vi entrava per acchiappare l’ispirazione inseguendola tra le “ombre”.


foto by Sergio Bagaggia

Attorno alla piazzetta sono arrivate a fiorire più di trenta attività
commerciali che soddisfacevano quasi completamente i bisogni dell’intero borgo, comprese tre parrucchiere per signora. C’erano anche le sezioni dei partiti i cui militanti si riunivano regolarmente in stanzette fumose per poi ritrovarsi davanti al bancone del bar dove Gigi, fino all’una di notte, serviva tartine con “muset” o frittata e ombre “a metro”.
Da qui partivano gare ciclistiche ed anche la marcia notturna Pordenone
Caorle del primo maggio.
Insomma la piazzetta è sempre stata un “centro di gravità permanente”, un baricentro dal solido equilibrio dove si poteva guardare senza sofisticati sdoppiamenti mentali le cose che accadevano e le persone con cui si aveva a che fare.